3/09 - L'Albero della Vita

Il Signore Dio disse allora: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!” (Genesi 3,22).

Dopo aver mangiato il frutto della conoscenza, l’uomo divenne potenzialmente divino, “come uno di noi”, con la facoltà di usare liberamente la conoscenza, in tutte le sue forme: in bene o in male. Da allora egli si dibatte per riconquistare ciò che quella conquista gli aveva negato: la capacità di agire direttamente nella sfera della vita. Ma una conoscenza priva della saggezza necessaria in una sfera come quella della vita, è troppo pericolosa per l’uomo stesso; nella dimensione meramente materiale che ne conseguì, se fosse capace di “vivere sempre”, annullando la morte, si impedirebbe di evolvere ulteriormente, fino a riconquistare il paradiso perduto e utilizzare infine solo per il bene la nuova conoscenza acquisita. Per questo Jehovah gli nascose l’albero della vita, per consentirgli di avanzare intanto nella dimensione fisica, e prepararsi grazie all’esperienza ivi accumulata alla riconquista della dimensione eterica, o vitale.

L’uomo odierno perciò è libero nelle scelte, ma limitato dalla coscienza e conoscenza estesa solo al piano materiale. Egli però cerca comunque di vincere, secondo la sua ottica, la morte, e fin dall’antichità storica questa ricerca trova i suoi miti, come quello dei vampiri, esseri che rinunciano alla vita dell’anima (la vita vera) per poter proseguire in un’esistenza terrena, che appare veramente più una condanna che una liberazione. Sono di moda oggi film e spettacoli proprio sui vampiri, e contemporaneamente vediamo che cosiddetti “credenti” chiedono e preferiscono rimanere attaccati a delle macchine negli ospedali piuttosto che affrontare la vita che li liberi dal corpo materiale; situazione non molto dissimile da quella suggerita dal mito dei vampiri.

Fortunatamente i Cherubini posti a guardia dell’Eden impediranno all’uomo di mangiare dell’albero della vita fino a quando egli non avrà compreso che essa non è un prodotto del corpo, che il valore della vita sta nell’amore e nell’altruismo, e che depredare gli altri per il proprio (del corpo fisico) vantaggio non può che allontanarlo da quella conquista che egli ignorantemente definisce “cultura della vita”. È proprio questa, invece, la cultura della morte, poiché l’idea della morte non è che una superstizione legata all’illusione della coscienza materiale, dove avviene la lotta quotidiana per la sopravvivenza, dalla quale dovremo imparare a riconoscere e seguire quelli che sono i veri valori della vita. Solo allora potremo davvero riconquistare l’accesso al paradiso perduto, e cibarci del frutto che sarà così alla nostra portata.

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